La Fonderia di San Gavino ha 89 anni di vita. Venne infatti fondata nel 1932 per «trattare» i minerali provenienti dalle miniere di Montevecchio che, per poter essere piazzati sul mercato, dovevano soggiacere al ricatto dette fonderie appartenenti ad altre società.
Si era in piena recessione e gli effetti della crisi mondiale, esplosa negli Stati Uniti nel 1929, si ripercuotevano drammaticamente in tutta l’Europa, a cominciare dalle aziende in cui era presente il capitale americano. Le conseguenze colpirono soprattutto la Germania, ma si fecero sentire anche in Italia, dove il governo del tempo, per frenare il crollo delle imprese, diede vita a quell’«Istituto per la Ricostruzione Industriale» (IRI) che, nel nostro paese, ha segnato l’inizio dell’intervento statale in economia.
Dal suo canto, la società «Montevecchio» ritenne opportuno reagire alle difficoltà del momento, con una politica lungimirante che portò al varo della Fonderia di San Gavino. Il progetto prevedeva la costruzione dell’impianto a Cagliari, in prossimità del porto, ma motivi di ordine ecologico fecero cadere la scelta su San Gavino e più precisamente nella palude di «Piscina Linu» (così chiamata perché in passato aveva ospitato una marcita di fibre di lino) che venne bonificata. A San Gavino su un’area di 140.000 mq., di cui 26.000 coperti, sorse così il grande impianto che venne collegato alle miniere dove si estraeva la galena con un tronco ferroviario a scartamento ridotto.
La realizzazione dello stabilimento comportò ingenti spese, ma con questo sacrificio la «Montevecchio» poté liberarsi dal condizionamento delle altre fonderie che, come abbiamo detto più sopra, rendevano oltremodo difficile il collocamento delle sue galene.
Sino all’inizio degli anni sessanta, a San Gavino si sono lavorati soltanto i minerali di Montevecchio. Dalla galena (che è solfuro di piombo) si ottenevano prodotti in cascata: piombo dolce, argento, piombo in lega con antimonio, rame nero e bismuto. Il ciclo in cascata è stato completato nel 1953 appunto con i pallini da caccia che impiegano, come materia prima, piombo in lega con antimonio e una piccola percentuale di piombo dolce. Nel 1957, la Fonderia fu dotata di un impianto di raffinazione elettrolitica del piomba che, sostituendo quella termica, permise di ottenere una maggiore purezza del prodotto, l’accelerazione del ritmo produttivo e il miglioramento delle condizioni dell’ambiente di lavoro.
A partire dal 1962, in seguito alla fusione della «Montevecchio» con la «Monteponi», a San Gavino cominciarono ad affluire anche i minerali dell’Iglesiente (galena, solfuri, ossidati) e di provenienza straniera (principalmente dal Canada, Grecia e Sud-America). Attualmente, i minerali d’importazione, coprono una percentuale pari, al 65% dell’intera quantità di grezzo lavorato.
Nel 1971, la Fonderia di San Gavino è passata alle partecipazioni statali, essendo stata acquistata dal VAMMI S.p.A., che, a sua volta, fa capo all’EGAM (Ente di Gestione per le Aziende Minerarie e Metallurgiche).
La produzione della fonderia di San Gavino, ha raggiunto indici molto alti ed è così suddivisa: PIOMBO DOLCE: 33.000 tn./anno -ARGENTO: 35.000 kg./anno – BISMUTO: 35.000 kg./anno – PIOMBO ANTIMONIALE: 7.000 tn./anno -PALLINI (normali e nichelati): 7.500 tn./anno – MATERIALI CUPRIFERI: 2.500 tn./anno – MICROPALLINI (per acciai speciali) 500 tn./anno.
Sotto il profilo scenografico, l’elemento più caratteristico della Fonderia di San Gavino èra dato dalle due canne fumarie, in stile neogotico, che superano i 110 metri d’altezza e presentano un rigonfiamento che funge da serbatoio d’acqua ed ha anche una funzione statica. Oggi quelle caratteristiche ciminiere una è crollate negli anni 1975 e sono state sostituite da una unica canna fumaria.